Intervista a cura di Martina Tamà – Studentessa Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano
Il 23 maggio, presso gli IBM Studios di Milano, si è tenuto Futuramente, un evento di Giffoni Innovation Hub, co-organizzato con CivicaMente Srl e patrocinato dal Comune di Milano.
Futuramente è stato concepito dall’idea che il futuro della nostra società dipenda dall’attenzione e dal supporto che offriamo ai giovani. L’evento è stato dedicato alle nuove generazioni, con l’obiettivo di promuovere un futuro sostenibile in modo coinvolgente e creativo. Durante il festival, i partecipanti hanno potuto prendere parte a dibattiti su temi contemporanei come l’occupazione giovanile, la sostenibilità, l’istruzione di qualità e molto altro. Inoltre, è stata un’opportunità per entrare in contatto con aziende internazionali e fare networking.
Ho avuto l’occasione di intervistare Arianna e Riccardo, due studenti di Giurisprudenza rispettivamente presso la LIUC e l’Università degli Studi di Milano, che fanno parte del mondo del dibattito ormai da anni.
Una tra le tante tematiche affrontate durante Futuramente è stata la sostenibilità. Durante il Debate All Stars, le squadre hanno argomentato se l’utilizzo dell’acqua dal rubinetto sia veramente una scelta sostenibile. Alla fine di un interessantissimo dibattito dove sono state affrontate tematiche come la promozione pubblicitaria dell’utilizzo dell’acqua dal rubinetto, la sensibilizzazione e la responsabilità da parte del governo, Arianna e Riccardo sono stati decretati i vincitori.
In foto i vincitori del Debate: Aurora Varin e Riccardo Fazzini

Come la vostra squadra riesce a gestire la pressione di chi si trova a disputare una finale nazionale?
A: In due è più facile gestire la pressione, soprattutto se c’è sintonia. Io e Riccardo ci conosciamo, è abbastanza semplice anche immaginare cosa l’altro sta pensando e quindi riuscire a lavorare insieme. Di sicuro l’emozione è sempre tanta, però anche questa è allenata e oltretutto, quando c’è una così forte passione per il parlare in pubblico, è più l’adrenalina che la pressione.
R: Dove la passione non arriva, ci arriva l’allentamento e la pratica, che deve essere comunque svolta costantemente per poter sviluppare certe abilità, capacità e tecniche che permettono anche effettivamente, nel momento in cui ci si trova davanti a un pubblico molto grande e avversari molto forti, di giocare al meglio le proprie carte.
Cosa avete imparato e come ricorderete questa esperienza anche in futuro?
A: Futuramente è stato stimolante. Come universitari dibattiamo tendenzialmente con delle emozioni preparate in un quarto d’ora, prima di quel quarto d’ora non possiamo sapere di cosa dovremo parlare e quindi diventa ancora più importante l’informazione continua. In questo caso stimolante, anche perché avevamo una nozione che conoscevamo in anticipo e su cui era particolarmente importante andare nel dato e nel dettaglio durante la fase di informazione. Sicuramente è stato stimolante ma personalmente anche emozionante vedere tante persone, che non fanno parte del mondo del dibattito, assistere a questa cosa.
R: L’esperienza in sé fa capire, soltanto nel momento in cui si prova effettivamente a salire su un palco con così tante persone che ti ascoltano, qual è il grado di sopportazione della pressione e anche qual è la dimestichezza con cui riesco ad approcciarmi a un grande pubblico. Per me, forse la cosa più importante di tutto questo è il fatto di poter trovare un modo che mi permetta di esprimere e comunicare alle persone quello che sto pensando in maniera chiara, non necessariamente dietro a dei tecnicismi o strategie che sono proprie del dibattito in sé. Nel momento in cui si apre una comunità in cui tutti non sono a conoscenza di ciò che sta dietro il meccanismo, ancora più importante della strategia è l’idea che si sta cercando di proporre e difendere; quindi la comunicazione e l’espressività giocano un ruolo fondamentale.
Come possiamo incoraggiare le persone a fare scelte più sostenibili?
A: I ragazzi della nostra età fanno scelte ben più sostenibili e consapevoli di quelle che si facevano prima. A me, una cosa che ha colpito tanto nella mia esperienza personale, è stata quando mia mamma mi ha detto: ‘Ho iniziato a chiudere il rubinetto quando mi lavo i denti’ dopo che siamo state in viaggio in Tunisia, in Marocco e abbiamo visto la necessità di risparmiare l’acqua. Prima di quello non ci pensavo. Secondo me veramente la sensibilizzazione è l’arma, ma dall’altra parte ci deve essere una responsabilità da parte dei governi che devono fare delle scelte che rendano possibile fare scelte consapevoli. La mancanza dei trasporti pubblici in alcune zone rende veramente complicato, soprattutto per alcune persone, fare una scelta sostenibile.
R: Lo sviluppo di un pensiero critico che parte in primis dai genitori, che troppo spesso vengono deresponsabilizzati dal loro compito, che è quello di impartire la prima educazione ai propri figli, che va oltre l’idea di per sé che una persona può avere, ma che riguarda una serie di principi che sono comuni e pacifici in tutta la collettività. In seconda battuta, sicuramente la scuola deve avere un ruolo fondamentale, non tanto come istituto in cui si passano delle nozioni ma un istituto in cui si apprendono le modalità con cui sviluppare un pensiero critico e capire cosa scartare, cosa tenere, quello in cui credere e quello in cui invece non credere.
Quali sono le vostre opinioni sul progetto #BeviDalRubinetto?
A: È interessante e fondamentale allo stesso tempo che ci siano dei privati che portano avanti queste campagne. Vedrei come più coerente il fatto che siano le aziende produttrici di sistemi di filtraggio a proporre degli incentivi, mentre il governo si assume il compito di controllare effettivamente la qualità delle acque. Quello che fa il gruppo CAP è fondamentale.
R: Ci vuole sinergia.
