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Alessandro Avagliano, project manager del Dream Team: "Next Generation è una visione. Ora via al prossimo step"

Specialista in marketing e strategie di vendita, con anni d’esperienza nel campo dell’innovazione e dei processi di trasformazione digitale: Alessandro Avagliano è il project manager del Dream Team edizione 2019. Ma non è il caso che lo ha portato a guidare i 4 gruppi di giovani Dreamers ospitati all’interno dell’Antica Ramiera in questi 9 giorni di festival. Alessandro è un altro veterano di Next Generation, avendo iniziato 4 anni fa, nel 2015, come tutor.

Cosa è per te l’esperienza fatta con Giffoni Innovation Hub?

Ho iniziato come tutor-mentor 4 anni fa. In questi 9 giorni ho visto conferma di quello che era stato progettato. Un’esperienza per mettere insieme talenti italiani ed esteri e creare un sistema operativo di apprendimento interno per permettere a tutti i team di mettere in pratica, anche sbagliando, le metodologie a loro trasferite e arrivare ad un risultato che non è altro che un concept di idea per i brand partner.

Sei al quarto anno di Next Generation. Cosa è per te Giffoni?

La cosa che rende Giffoni e l’Hub speciali è la capacità di creare l’empatia col territorio in maniera unica. A differenza di grossi hub internazionali o italiani qui a Giffoni il modello è riunire in un piccolo paese di provincia eccellenze che vengono da grandi realtà nazionali ed internazionali. Si crea una ricchezza di contaminazione attraverso l’inclusione di ragazzi della provincia italiana a quelli delle città.

Come hai affrontato l’impegno di project manager di questo Dream Team 2019? Quali sono stati i tuoi compiti?

La responsabilità di un project manager è quella di condividere un sistema operativo, di apprendimento, che sia usato da tutti i tutor che a loro volta lo trasmettono ai singoli team. Il mio compito è quello di prevenire quelli che sono i rischi classici dell’esperienza come questa, in cui in 9 giorni c’è un’alta pressione dovuta ai Media o agli ospiti annunciati all’ultimo minuto, che è una cosa quasi normale in eventi enormi come il festival.

I ragazzi hanno sentito la pressione, la responsabilità di dover affrontare uno speech davanti a brand così importanti come Fondazione Ibm, Fondazione Telethon, Toyota e Kaspersky?

La pressione c’è sempre. Sai che per portare i grandi brand qui in un paese di provincia non è un lavoro che fai in un anno ma in cinque. Adesso iniziamo a raccogliere i frutti, ma grazie al lavoro fatto prima. E quindi sai che devi stare sempre allerta e garantire alla fine dei 9 giorni non solo un risultato soddisfacente per i ragazzi ma anche per i brand coinvolti, garantendo così il prosieguo dei progetti. Magari anche con altri nuovi brand. Sono i ragazzi i primi a chiedercelo. Credono fermamente in quel che fanno e quindi vogliono vedere continuità in quel che fanno.

Che aneddoto o ricordo hai di questa edizione?

Mi hanno molto colpito gli indiani. Dedizione massima al lavoro sin dal primo giorno, chiarezza d’intenti, anche un po’ più dei nostri connazionali. La sera andavano a lavorare in albergo. È una dedizione totale verso il compito assegnato. Vengono qui per imparare e migliorarsi ma hanno una grande voglia di tornare in patria per fondare la propria startup.

Parlando di stranieri, com’è andato il processo d’integrazione e amalgama tra i ragazzi?

Non ho mai visto un litigio, una incomprensione, cosa che magari era successa tra italiani in passato. Ho visto i ragazzi stranieri protetti dai nostri ragazzi. Quando c’era il workshop in lingua italiana, il ragazzo italiano traduceva per i compagni in inglese ad esempio. C’è davvero la volontà d’inclusione che deriva dall’aria che si respira. Quella di un paese di provincia con la voglia di accogliere, che si affianca anche ad un attento processo di selezione dei curriculum effettuato mesi prima dove non si valutano però solo le capacità tecniche ma anche le personali inclinazioni, i desideri e quei piccoli dettagli della persona che però fanno la differenza.

In conclusione, come vedi il Dream Team 2020?

Vorrei qualcosa che racchiuda questi 5 anni e allo stesso tempo guardi avanti. Un punto di congiunzione con un passaggio di testimone tra un’esperienza nata con una visione e che oggi si è evoluta. Il prossimo step? Lo scopriremo durante l’anno che anticiperà il cinquantennale ma sarà di sicuro qualcosa di epocale.